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Per la prima volta in Italia, un tribunale ha riconosciuto ufficialmente la pericolosità dei PFAS: la sentenza del Tribunale di Vicenza ha stabilito il legame tra l’esposizione a queste sostanze e l’insorgenza di tumori. Un verdetto che rafforza gli allarmi lanciati da Greenpeace e, più di recente, dall’Ordine dei Medici di Torino, che ha evidenziato la presenza di inquinamento da PFAS non solo nell’area dell’alessandrino, ma anche in 70 comuni della provincia di Torino.
Al centro della questione in Piemonte c’è l’ultimo impianto italiano che produce PFAS: lo stabilimento di Spinetta Marengo, ex Solvay (oggi Syensqo). Un impianto già finito sotto processo per disastro ambientale nel 2019 per l’inquinamento da cromo esavalente, e ora nuovamente coinvolto in una causa per l’inquinamento da PFAS.
Nonostante la gravità della situazione, la produzione nello stabilimento continua. Ma può farlo solo garantendo la totale sicurezza rispetto alle emissioni in aria, acqua e nella gestione dei rifiuti. Nessuna molecola inquinante dovrebbe uscire da quell’impianto. Eppure, la realtà desta preoccupazione: l’autorizzazione ambientale è scaduta nel 2022, e il processo di rinnovo — avviato già nel 2021 — ha subito anni di stallo. Solo di recente la conferenza dei servizi ha ripreso i lavori, dopo oltre tre anni di fermo.
A sollevare la questione è stato un question time in Consiglio Regionale. Ma la risposta della Giunta non ha rassicurato: pur essendo ARPA l’ente incaricato dei controlli, la Regione ha delegato la competenza autorizzativa alla Provincia, limitandosi a elencare le azioni di monitoraggio “post-fatto”.
Nel frattempo, i dati raccolti da ARPA e i primi risultati del biomonitoraggio regionale evidenziano la presenza di PFAS nel territorio circostante l’impianto. In particolare, nel 2024 sono stati rilevati livelli di PFOA — un PFAS classificato cancerogeno — nei pozzi esterni allo stabilimento superiori ai limiti nazionali per le acque sotterranee.
È inaccettabile che, pur avendo chiara la portata dell’inquinamento, la Regione non si adoperi con urgenza per concludere l’iter autorizzativo e garantire prescrizioni ambientali più stringenti. Quando si parla di sostanze cancerogene, il monitoraggio non basta: occorre intervenire con azioni di prevenzione concrete ed efficaci.